Dialoghi dozzinali con Leucò

#1 Il perchè è sempre più facile del previsto e vi annoierà.

Il blog non ha esattamente uno scopo. Chiunque approderà qui leggerà immense minchiate senza nemmeno l’ironia della maturità o il cinismo dell’adolescenza. Sono esattamente al centro tra due punti dicotomici. Il voler tutto e il provare noia. “Dovrò pur passare questo periodo in qualche modo…” mi sono detta. Così sono approdata qui, non totalmente senza speranza ma con gli occhi addormentati (e un inizio di cervicale!). Soprattutto senza fantasia! Ed è forse la cosa che più mi rattrista. Forse questo è un dei primi propositi del 2020. Probabilmente userò questo luogo per alleggerirmi di qualcosa o potrei renderlo simile ad un’officina in cui si perseguono idee e passioni. Ma su questo punto non sarà mai totalmente coerente. Le mie passioni cambiano in un battito di ciglia. Bisognerà impegnarsi (spasmodicamente?) in questo 2020 a trovare una passione. Definiamo cos’è passione? “Una vivace inclinazione, per lo più lodevole o comunque non riprovevole” oppure “momento o motivo della vita affettiva caratterizzato da uno stato di violenta e persistente emozione, spec. in quanto riconducibile a un ambito erotico-sentimentale o in contrasto con le esigenze della razionalità e dell’obiettività”.

Ma tempestivamente mi sono ricordata di questo video. E se si parla di passione io non posso far altro che pensare a quanto Shakespeare mi sappia commuovere. Riportare un riassunto dell’Hamlet mi annoierebbe troppo, quindi ve lo lascio scoprire e gustare da soli, non c’è coccola migliore di scoprire qualcosa che ci addolcisce nello spirito e non voglio essere io a proporre una sintesi dell’opera perchè fondamentalmente non sarei capace di riportarvi l’emozione di decifrare tutti i livelli di lettura in maniera obiettiva. E poi Shakespeare si scopre sempre di più ad ogni nuova rilettura, vi auguro quindi di leggerlo 100 volte e di farvi battere il cuore ad ognuna di essa. Ma perchè proprio Hamlet? Perchè Hamlet rappresenta me e chiunque sia ad un bivio della propria vita. Immaginando la vita come una retta arriverete ad un punto in cui prima di cantare Dog Days are Over di Florence + The Machine avrete sicuramente passato del tempo da soli al buio non sapendo nemmeno di essere l’Hamlet della vostra esistenza, mentre nel petto pezzi di voi spingevano per “sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna” e il sangue invece ribolliva per “ render l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli”. Dio,come si amano quei momenti quando si guardano con lo sguardo ormai fermo del futuro e come invece si odiano fino a chiedere all’aria intorno a noi di liberarcene. E il silenzio per alcuni è una coccola, per altri invece una gabbia. Io non lo so per Andrew Scott che cos’è il silenzio, ma sono sicura che non ne sia assolutamente spaventato. Per questo motivo è il mio Hamlet preferito. Ci sono state produzioni dell’Hamlet molto più sfarzose, classiche, sofferte e ricercate. Ma questa è quella da cui dovremmo imparare quanto può essere utile il silenzio, quanto nel silenzio troviamo la nostra vera lucidità e parola dopo parola, dopo parola, respiro dopo respiro possiamo reimparare a costruire i nostri nuovi significati e congiungere la nostra paura alla volontà di ” imprese d’alto grado”. Nessuna scelta cosciente viene presa senza un pizzico di paura, si prova sempre paura quando bisogna scegliere chi essere. Quindi, buona paura pre-azione!

#2 Perchè il finale è la parte migliore e non ci crederete.

La pellicola da cui è tratto il monologo è Call me by your name, vincitore del premio Oscar come miglior sceneggiatura non originale per James Ivory, trasposizione cinematografica dell’omonima opera letteraria di André Aciman. Una pellicola che sicuramente ha commosso milioni di spettatori nel 2017, grazie alla direzione delicata di Luca Guadagnino. Ma perchè ha saputo toccare il cuore di così tante persone? Perchè è un balsamo per il cuore solo per chi lo comprende?
Perchè ci accompagna per mano in quella che è la storia d’amore di Elio e Oliver senza mai superare un determinato confine, quello che Elio ha costruito intorno e Oliver (I built your walls around me, citando Mystery of Love di Sufjan Stevens) con la dolcezza e la naturalezza del primo amore. Un amore fatto di attese, corpi sfiorati e desiderio di essere visti per ciò che si è realmente, esseri fragili. Ed è proprio questa fragilità dell’amore che Call me by your name ci presenta sottintesa, fino alla fine. Il film si fa amare per questo motivo, ci insegna ad accettare quella che è la fragilità delle vibrazioni nel petto e del cuore in gola, senza nessun paternalismo. La magia che è l’amore immaturo di Elio per Oliver ( ma poi cos’è immaturo quando si parla di amore?) cresce nel film fino all’apice, fino a riportarci alla realtà che spesso ci appare misera e dolorosa. Alcune cose possono finire. Nel film finiscono con il ritorno alla quotidianità, nella vita di tutti i giorni la magia può finire in numerosi modi differenti, altrettanto angoscianti. La fine di una relazione/amore/affetto ha sempre delle sfumature che possono farci finire in angoli bui del nostro inconscio e farci sentire inadeguati (spesso anche con noi stessi). Ma cosa ci viene insegnato in quello che è il momento più importante del film? Rassegnazione? No. Accettazione? Sì. L’accettazione di un sentimento delicato che può terminare è la parte più dolorosa di una relazione che finisce, eppure siamo tutti portati a voler eliminare il tutto. Un tutto che riguarda anche il futuro, cercando di chiuderci per non sentire mai più le sublimi carezze dell’amore. Chiudersi al tutto e al futuro per paura. Ma non è questa la strada che il signor Pearlman indica al figlio. La strada indicata è quella più angusta, quella del continuare a sentire tutto ciò che ci ha fatto stare bene e di accettare la bellezza della fragilità e la bontà dei sentimenti provati. Ogni amore è speciale e unico nel suo genere, insostituibile (“Parce que c’était moi, parce que c’était lui”) e l’amore ha poco a che fare con l’intelligenza, il rancore per una fine o la rabbia per le incomprensioni, L’amore quando è autentico e sincero non può che essere buono e reciproco. L’amore è uno dei metodi con cui la natura scova i nostri punti deboli, e io questo lo sto capendo giorno dopo giorno. Forse è questo il senso di questo articolo, di questo blog e di questo 2020. Quando io parlo qui di accettazione , è un lavoro che in primis dovrei proporre a me stessa. Ogni respiro pesante porta il suo nome e mi fa male solo perchè ancora non ho accettato che ciò che amo non è più nei miei giorni. Non voglio velocizzare nulla di questa tristezza, io so che c’è e quanto è presente e voglio modellarmi e crescere anche grazie alla tenerezza e alla fragilità che ho provato. Io voglio che nella mia valigia dei ricordi ci siano per sempre tutti quegli istanti per cui adesso provo malinconia, ma trasformati in gioia e luce come li sentivo mentre li provavo e ne godevo perchè mi sentivo intera, piena e per la prima volta tenera mentre ero avvinghiata ad una pelle che profumava di amore, semplicità e commozione. Voglio offrirmi questa possibilità di non negarmi il passato. Perchè sforzarsi di non provare nulla perchè si prova qualcosa è uno spreco. Spreco di una vita di cui possiamo gioire solo una volta e in cui spesso non facciamo altro che stressare i nostri sentimenti a sparire, per vivere in maniera quieta (o vuota?). La tristezza e il dolore che si sentono alla fine di un percorso condiviso, che sento ancora dopo mesi di lontananza non possono essere annichiliti con scuse varie come ho fatto per un’estate intera, e che mi ha portato solo a provare ancora più amarezza e rabbia. Amarezza e rabbia non sono ciò che voglio portare con me quando penso al tuo nome. Prendo un bel respiro e ti tengo con me ancora, fino a quando non sarai un ricordo-balsamo per il cuore e non più acida delusione.


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